Una mattinata nei “pozzi cantanti” dei Borana

Marsabit, Kenia.

Arrivo a Marsabit un giorno di fine marzo del 2008 sulla jeep di una coppia di olandesi conosciuti per caso nel villaggio di El Molo, sul lago Turkana. Avevo già sentito parlare durante un viaggio in Etiopia dei pozzi cantanti dei Borana. Ma a volte le aspettative sono molto inferiori alla realtà.

borana pozzi cantanti

Avvolto da una fitta nebbia lascio di buonora il Jey Jey Center Hotel di Marsabit diretto ai pozzi cantanti. Il giorno prima Duda, una guida locale, mi aveva guidato sul luogo dove i Borana attingono acqua per la famiglia e gli armenti. I Borana appartengono al gruppo degli Oromo e vivono nelle zone di confine tra l’Etiopia meridionale e il Kenia settentrionale. Sono seminomadi e allevatori di bestiame per tradizione. Lungo il tragitto incontro soltanto un paio di ragazzi; uno trasporta due recipienti di plastica all’interno di una carriola, l’altro spinge una bicicletta, carica di taniche vuote, su una rampa sabbiosa generalmente percorsa da centinaia di capi di bestiame diretti all’abbeveratoio. Arrivo nei pressi di alcuni pozzi asciutti e altri pieni d’acqua stagnante nello stesso istante di una numerosa famiglia di babbuini. Il maschio dominante non mi perde di vista un attimo, ma si allontana di poco non appena tento di avvicinarmi al gruppo. Mentre i piccoli giocano arrampicandosi sugli alberi pieni di licheni penzolanti, gli adulti si dirigono verso l’acqua putrida per dissetarsi.
Riprendo il cammino fino ai pozzi principali dove mi imbatto nel ragazzo con la bicicletta che nel frattempo aveva raggiunto la meta. Ha tre taniche da 20 litri che deve riempire per la sua famiglia di 11 persone. L’acqua viene utilizzata per bere, per cucinare e anche per lavare. Per raggiungere il pozzo, coperto ora da una grata di legno, camminiamo in bilico lungo il bordo dell’abbeveratoio di cemento.
I pozzi vengono scavati manualmente nel terreno apparentemente arido fino a intercettare la falda acquifera. La loro profondità varia da pochi metri fino a 25-30. Calandoci lungo un tronco nodoso raggiungiamo la superficie dell’acqua, 5 metri più in basso. Le taniche di colore giallo galleggiano ora sul prezioso liquido. Il livello dell’acqua rimane costante quasi tutto l’anno con una modesta contrazione durante la stagione secca. Poco lontano alcuni pozzi sono asciutti, il fondo occupato da uno strato sabbioso. All’interno, ogni 130-150 centimetri, vengono posizionati dei tronchi a formare una specie di terrazzino su ciascuno dei quali si posiziona una persona che, utilizzando il sistema del passamano, permetterà ai secchi pieni di acqua di raggiungere la superficie. Ora siamo solo in due e dovremo faticare non poco per far salire le tre pesanti taniche piene. Lo aiuto a caricare la bicicletta e a spingerla su per la ripida salita sabbiosa calpestata giornalmente dagli armenti.

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Una giovane borana in attesa del suo turno.

Mentre ricomincia a piovere, ritorno sui miei passi riparandomi sotto un fitto cespuglio. Trascorro il tempo a osservare le specie di uccelli che visitano i pozzi e la vegetazione circostante. Dopo un tempo interminabile il luogo comincia ad animarsi. Ogni pozzo appartiene generalmente a un privato che ne concede l’utilizzo alla comunità. Questo viene sfruttato da uno o più clan tribali che decidono anche chi dovrà giornalmente lavorarci. Gli animali, che hanno la priorità durante i periodi di siccità, vengono abbeverati ogni due giorni.
Il primo compito sarà quello di ripulire l’abbeveratoio dalla patina di fango depositata dall’acqua il giorno precedente. Nel frattempo una catena umana si dispone lungo la verticale della cavità. Per mantenere il giusto coordinamento e sopportare meglio lo sforzo fisico, gli uomini cantano una nenia tradizionale. Da questa usanza è stato coniato il nome di “pozzi cantanti”.
Dalla piccola collina cominciano ora a scendere gruppi di muli che trasportano recipienti di plastica. Ci sono tre tipi di basto. Il basto a cassetta ha forma trapezoidale ed è costruito con assi di legno inchiodate tra loro; quello a cesta, costruito con rami duttili a formare un arco e legati tra loro da cordame vegetale; infine quello a “y”, sempre costituito da rami legati con cordame. Il basto poggia su una pelle di capra o di mucca e viene quindi fissato da una specie di cinta di fibre vegetali che passa sotto la coda e la pancia dell’animale in modo da stabilizzarne il carico.
Assieme ai muli fanno la comparsa le donne di etnia borana. Le vesti colorate, le collane di ambra, di perline colorate e i bracciali di metallo che indossano alle caviglie, ai polsi o alle braccia esaltano la loro naturale bellezza. Masticano qat, una pianta originaria delle regioni orientali dell’Africa, le cui foglie contengono un alcaloide dall’azione stimolante. Mentre il pozzo entra in piena attività, le dolci note scandite dalle persone al lavoro rieccheggiano nell’aria. Uomini e donne continuano ad arrivare, chi con la carriola, chi con la bicicletta, chi con i muli e chi con la tanica sulla schiena. Ogni tanica piena riconsegnata al committente fa guadagnare 30 Ksh, lo scellino keniota, circa 26 dei nostri centesimi. I muli, attirati dall’acqua, si precipitano a bere. Per contenere la loro foga i padroni sono costretti a usare i frustini. Non essendo ancora il loro turno vengono fatti indietreggiare, gli vengono legate assieme le zampe anteriori e fissati a un albero nelle vicinanze.
Una lunga fila di donne borana sedute sulle proprie taniche vuote attende il proprio turno. Nel frattempo, in cima alla collina il bestiame, controllato da alcune persone armate di fucile, si sta radunando. A volte ai pozzi avvengono degli scontri a fuoco tra uomini di etnia borana e quelli di etnia rendille, loro acerrimi nemici.
Quando il tappo viene tolto dalla vasca di ricezione l’abbeveratoio si riempie e i muli vengono invitati a dissetarsi. Gli animali si spingono a vicenda, mordendosi a volte, per conquistare una buona posizione. A un altro segnale convenuto sono le donne a precipitarsi verso le vasche di acqua con secchi vuoti o contenitori autocostruiti; li riempiono rapidamente e tornano alle loro taniche per riempirle. L’operazione si ripeterà numerose volte prima che il tempo a loro disposizione finisca. Sembra una scena di Giochi senza Frontiere.
Ora è il turno dei bovini. Nella discesa forsennata dalla collina le mucche travolgono i muli legati agli alberi, costrette a difficili manovre per raggiungere l’acqua. Quando qualcuno non rispetta il turno o cerca di prevaricare sugli altri trasgredendo le regole, i ragazzi smettono di lavorare e in breve tempo l’abbeveratoio si svuota del prezioso liquido, costringendo tutti a moderare la frenesia. I turni si susseguiranno fino al tardo pomeriggio, quando il silenzio tornerà a dominare sui pozzi cantanti dei Borana.

 

 

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