Nella terra dei Korowai-Batu

Nei recessi piu’ sperduti dell’immensa foresta equatoriale che si distende ai piedi della catena montuosa centrale,  il popolo dei Korowai-Batu costituisce uno dei tanti gruppi etnici che vive nel sud di West Papua, l’estrema provincia orientale dell’Indonesia  nell’isola della Nuova Guinea.

Marciamo nella foresta da piu’ di tre ore immersi in un mondo monocromatico, accompagnati dall’incessante stridio metallico delle cicale e dalle grida di allarme dei kakatua, pappagalli che abitano la volta arborea. Un piccolo ruscello ci sbarra il cammino costringendoci ad una precaria traversata  su tronchi scivolosi. Il terreno e’ tappezzato di radici avventizie che si propagano come una ragnatela alla ricerca di quelle poche sostanze nutritive apportate dalle torrenziali piogge equatoriali. Strani funghi e piccole piante carnivore crescono sul suolo umido della foresta. La nostra meta è il villaggio di Alikatun nel cuore della foresta vergine a tre giorni di canoa da Agats, uno sperduto villaggio palafitticolo sulla costa meridionale dell’isola della Nuova Guinea.

                                                                                                 
Qui vivono alcuni nuclei familiari dell’etnia dei Korowai-Batu, uno dei 250 gruppi etnici che abitano lo stato di West Papua. Sono soliti costruire le loro case sulle cime degli alberi a 20-25 metrri di altezza per difendersi dagli insetti, ma soprattutto per proteggersi da eventuali attacchi di tribu’ nemiche. La caccia alle teste ed il cannibalismo erano pratiche comuni fino a pochi anni fa e forse, ancora oggi, negli angoli piu’ reconditi della foresta pluviale, sono tuttora praticate. 
Prossimi alla meta, i portatori korowai emettono richiami sonori  per avvisare della nostra inaspettata presenza. D’improvviso, in una radura, prendono forma le rumah-tinggi, tipiche capanne indigene, che svettano a 12-15 metri dal suolo. Gli uomini imbracciano arco e frecce, portano monili di osso nel naso e nelle orecchie, bracciali di fibra nelle braccia e una foglia accuratamente arrotolata a ricoprire il pene. Le donne  invece indossano un gonnellino di fibra di corteccia, piccoli bastoncini conficcati nel setto nasale e, se sposate,  collane di denti di cane. Tutte le mattine gli uomini vanno a caccia nella foresta mentre le donne si prodigano  alla ricerca di tuberi e frutti portando con se’, in apposite sacche di fibra, i bambini piu’ piccoli e i maialini.  Completa la loro alimentazione il sago, una sostanza amidacea ricavata da una particolare palma che cresce spontanea nella foresta equatoriale. 

                                                                                                      

Vivere nella foresta

L’accesso alle rumah tinggi e’ consentito da un palo basculante, dotato di tacche incise, che puo’ essere fatto oscillare per impedirne l’entrata.. Entrambi i sessi vivono sotto lo stesso tetto, in ambienti contigui ma separati da un muro di canne. I bambini piu’ piccoli vivono con le donne, mentre i giovani, che hanno superato con successo la prova di iniziazione, ottengono il diritto di vivere con gli uomini adulti. 
Mentre una donna e’ intenta ad allattare il suo piccolo, un uomo nell’angolo opposto sta cuocendo del sago in padella.  Ha una consistenza gelatinosa ed e’ particolarmente insipido.
Lo sguardo mi cade tra le assi del tetto dove, celate tra le foglie di palma, sono custoditi gli archi e le frecce utilizzati per la caccia. Le punte delle frecce che possono essere di osso, legno o canna, assumono forme diverse a seconda della preda da cacciare: di forma lanceolata per i maiali selvatici o piccoli mammiferi, a punteruolo per i pesci, seghettate per gli uccelli o gli uomini. In un angolo penzolano alcune ceste di fibra intrecciata piene di tuberi della foresta. Legato ad uno dei pali portanti dell’abitazione c’e’ un piccolo maialino diventato orfano dopo l’uccisione della madre. Data l’importanza di questi animali, se necessario, le donne del villaggio sono pronte anche ad allattarli al seno. 
Da un baule di legno viene estratto una specie di cilindro, probabilmente di bambu’, stile calumet, e uno piu’ piccolo che servono per fumare il tabacco tradizionale. 

 

Nel nostro girovagare intorno al villaggio ci imbattiamo in  una palafitta semi-nascosta dalla vegetazione stracolma di ossa di animali uccisi durante le battute di caccia, li’ offerti in dono agli spiriti con lo scopo probabilmente di ingraziarseli. Ci infiliamo nei sacchi a pelo dopo aver acceso zampironi al piretro ovunque sperando che questi stratagemmi  possano tenere lontane le fameliche zanzare. Il silenzio che attanaglia la foresta viene interrotto la notte da un diluvio che durera’ fin quasi all’alba. Canti melodiosi e voci sommesse provenienti dalle rumah tinggi dolcemente ci risvegliano. 

Il sago, fonte di vita

Verso le 08.00 le donne scendono dalle capanne portando con se’ i pestelli del sago e le inseparabili sacche di fibra vegetale mentre gli uomini imbracciano archi, frecce e asce. In fila indiana li seguiamo nella foresta alla ricerca di una palma da sago. Dopo 20 minuti la vittima designata si staglia imponente davanti ai nostri occhi ignara della sorte che il destino le ha riservato. I colpi ritmici dell’ascia incidono la sua dura corteccia spaventando i piccoli abitanti della giungla. Un colpo sordo, un lungo fruscio, un tonfo cosi’ forte da far tremare il terreno intorno anticipano le grida di gioia dei korowai-batu.

                                                                                           

 Con lunghi pali a fare da leva staccano la corteccia della palma scoprendo le bianche fibre sottostanti. Intanto con il machete tagliano i rami superiori portando allo scoperto il cuore commestibile della pianta che gentilmente ci offrono insieme a delle succulenti larve di sago, una vera prelibatezza. I rami, di forma concava, vengono portati alle donne nei pressi di un corso d’acqua poco lontano mentre altre cominciano a battere con i pestelli le fibre vegetali scandendo il ritmo con melodie di indicibile commozione. . Bartol, un bambino korowai la cui madre e’ stata uccisa nella foresta da tribu’ nemiche, cattura una piccola lucertola; il padre la prende, gli schiaccia la testa con le dita e ce la offre in pasto. Rifiutiamo ringraziando.
 Nel frattempo le donne hanno legato fra loro due lunghi rami costruendo un canale. Il ramo superiore e’ in posizione obliqua mentre quello inferiore viene posizionato sub-orizzontalmente. Venti cm sopra la congiunzione un filtro di natura vegetale e’ bloccato con delle mollette costruite con parti della pianta. Subito dopo, le fibre, ridotte in poltiglia, vengono dilavate in questi canali artificiali; l’acqua che passa attraverso il filtro trasporta con se’ una sostanza giallognola che si deposita nella sottostante concavita’ sedimentandosi. L’acqua in eccesso defluisce sul terreno. Il sago ora compatto viene staccato dal canale e caricato nelle sacche di fibra per essere trasportato al villaggio. Nel frattempo due grosse ceste prendono vita dal fogliame della palma abilmente intrecciato. Le fibre del sago oramai inutili vengono sparse nelle ceste  e ricoperte con altro fogliame. Queste, opportunamente calate nelle acque di un vicino torrente, costituiscono delle valide trappole per ignari pesci che entrando per cibarsene non riusciranno piu’ ad uscire.
Una fruttuosa spedizione di caccia pomeridiana ci permette di gustare per cena un succulento spezzatino di maiale selvatico guarnito con del sago cotto in padella. Le tenebre abbracciano velocemente la foresta spalancando le porte alle creature della notte.

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