La piccola savana della Lobeké

All’alba, io e Martial, il responsabile del monitoraggio per conto del WWF International, lasciamo il piccolo accampamento nella foresta. Mentre sopra la canopea è già giorno, quaggiù, 50 metri più in basso, la luce penetra ancora a fatica. Impieghiamo meno di 15 minuti per raggiungere la torre di osservazione posta su un lato della piccola bai, un’area di savana nel cuore della foresta pluviale del parco della Lobeké nel Camerun sud-orientale. Le bai, caratteristiche delle foreste dell’Africa Centrale, sono frequentate notte e giorno da ogni sorta di animale alla ricerca di un po’ d’acqua. Il suolo argilloso è pressoché impermeabile e spesso, dopo forti piogge, l’acqua ristagna a lungo prima di evaporare sotto l’implacabile sole equatoriale. È l’ultimo giorno di 5 trascorsi nel parco alla ricerca della vita selvatica. Il giorno 2, in questo stesso luogo, un giovane maschio di gorilla di pianura occidentale comparve per pochi minuti prima di scomparire, apparentemente spaventato, nel folto della selva non senza aver prima lanciato un’ultima occhiata nella nostra direzione. Ricordo come se fosse ora quel suo ultimo sguardo interrogativo, la stessa espressione del viso che io avrei avuto. Un airone cenerino atterra con una lunga planata accanto a due ibis in cerca di cibo. Sono appena le 07.00 e a parte il richiamo di diverse specie di uccelli nella baia regna ancora la calma. È leggermente nuvoloso e la temperatura è gradevole. Alcuni parrocchetti grigi emettono i loro bellissimi richiami sonori mentre attraversano la radura.

Ogni tanto controllo con il binocolo l’ultimo luogo dove vidi il gorilla per l’ultima volta sperando di vederlo ricomparire come d’incanto. Un gorilla! Sgrano gli occhi. Ma è un gorilla? La mia immaginazione me lo ha fatto costruire utilizzando un cespuglio sullo sfondo nero della foresta. Nel frattempo la mia attenzione viene catturata lontano su un albero della canopea dove alcuni cercopitechi si stanno muovendo velocemente. Nello stesso momento, su alcuni alberi davanti a noi, a 70-80 metri di distanza, un folto gruppo di colobi guereza effettua lunghi balzi da un ramo all’altro per raggiungere un grande albero proprio al centro della scena. Lo spettacolo sta per cominciare. I piccoli si arrampicano con difficoltà sui rami più alti sotto lo sguardo vigile delle madri o delle sorelle. Saltano, giocano tra loro, si arrampicano e ne discendono subito dopo. Gli adulti sono in cerca di cibo. Improvvisamente un adulto scende in pista, salta da un albero all’altro fino ad arrivare nella radura. Sembra alla ricerca di insetti, ma è soprattutto l’acqua che lo ha attirato allo scoperto. Altri lo seguono dopo pochi minuti. Alla fine ne contero’ una decina, compresa una mamma con il suo piccolo completamente bianco attaccato al ventre. In molte specie di scimmie i piccoli, durante i primi mesi di vita, assumono un colore differente da quello degli adulti. Sono le 10.00, il cielo è ancora velato e non fa caldo. Tuttavia le speranze di vedere i gorilla stanno per tramontare.


Ma improvvisamente accade qualcosa di strano. I colobi lasciano freneticamente la bai. Ma perché? Cosa li ha spaventati? Martial, di fianco a me, risponde alla mia domanda inconscia. “I gorilla! I gorilla!”, mi sussurra. Fuori del ristretto campo visivo del binocolo un giovane maschio e una femmina adulta entrano nella radura. Scandagliano il territorio alla ricerca di eventuali pericoli per il gruppo che di lì a poco seguirà. Quando pochi secondi dopo il silverback, il maschio dominante, esce dalla cortina di foglie che delimita la piccola savana, il cuore quasi mi si ferma. La testa è enorme, lo sguardo sicuro e attento al minimo segnale di pericolo, il mantello della schiena di un colore argenteo a testimoniare la sua maturità sessuale. Di fianco a lui sua moglie, una grossa femmina dalle labbra carnose di un colore rosso acceso come se avesse messo il rossetto per la prima dello spettacolo, i peli della testa di un colore giallastro; aggrappato alla schiena, un piccolo di almeno un anno di età. Si piegano sulle braccia, allargano le gambe, piegano la schiena e bevono, bevono e ribevono. Si sollevano, il maschio cammina sulle nocche delle mani simili a badili prima di ripetere il gesto non prima di aver dato una occhiata in giro. Il piccolo fatica a non cadere in avanti mentre sua madre si china per bere. Per brevi istanti scende anche a terra prima di riguadagnare la sicurezza materna.

Mentre il giovane maschio rientra lentamente nella foresta, altri due esemplari di gorilla di pianura occidentale escono allo scoperto, un maschio non ancora maturo e una femmina con un bebé attaccato al ventre. Osservano il terreno, camminano un po’ nella radura prima di abbeverarsi come gli altri. Una scena paradisiaca. Non posso trattenere le lacrime tanta è la felicità. Non so le volte che ho sognato questo momento. Dopo 27 minuti l’incantesimo si rompe. Uno screzio nella foresta, delle grida e il maschio assieme ad altri due primati rientrano nella selva. Rimangono le due femmine con i piccoli. Bevono per l’ultima volta. Ora guardano nella nostra direzione. Non credo che ci vedano ma nei loro sguardi leggo timore, insicurezza. Forse è l’assenza del maschio che le rende insicure? Hanno visto o sentito qualcosa che le preoccupa? Domande senza risposta. Sul ciglio della foresta si voltano per l’ultima volta.

Dopo pochi istanti il maschio si affaccia ancora. Riceve un lungo applauso silenzioso e scompare, così come è apparso. I colobi fanno ritorno nella “scena” come se niente fosse successo. Voglio rimanere ancora un po’ nonostante il mio tempo sia scaduto. Devo rientrare a Mambele. Dopo 10 minuti una grande antilope si affaccia nella radura. Una sitatunga? Ma no, è un bongo, la più bella antilope africana. È considerata la zebra della foresta per via di quelle lunghe strisce verticali che dal collo arrivano alle zampe posteriori. Difficilissima da vedere, in quanto preferisce vivere nel folto della foresta per sfuggire al tormento degli insetti. Una dopo l’altra escono dal folto della selva. Alla fine ne conterò 15: 4 piccoli, 6 femmine, 5 maschi. Le femmine si distinguono dai maschi per la forma delle corna. Nel mentre una coppia di sitatunga pascola nell’erba alta. Per 32 minuti le bestie pascolano indisturbate alternando la ricerca dell’erba a quella dell’acqua. Alle 12.00 nella bai torna la calma. Solo l’airone cenerino e i due ibis si rifiutano di lasciare il “palco”. La piccola savana della Lobeké, uno degli ultimi paradisi selvaggi.

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