La Arwa, antica cerimonia degli Azna (Niger)

Gli Azna della regione di Birni ‘N Konni, nel Niger centrale, rappresentano uno dei sottogruppi degli Hausa, un gruppo etnico che ancora oggi vive tra Nigeria, Niger, Ghana e Togo. Gli Azna rifiutarono di convertirsi all’islam conservando le loro credenze animiste. In base alla loro religione, la vita è un fragile equilibrio dove la buona fortuna dipende soprattutto da fattori naturali e dalla benevolenza degli spiriti. Questi spiriti sono in grado di vedere il futuro e persino di modificarne gli eventi. È il babalawo, il padre dei segreti in lingua yoruba, che attraverso la trance e la possessione diventa la voce di queste forze soprannaturali. Lo scopo di questa cerimonia è conoscere in anticipo l’andamento del prossimo raccolto e quello della stagione della caccia. La data della cerimonia viene calcolata in base al calendario lunare: 4 mesi lunari e 14 giorni dopo le ultime piogge. Sarà questo il giorno più importante di un rituale che durerà circa 3 giorni e che avrà luogo nei villaggi di Massalata e Dagarka poco lontani da Birni N’ Konni.
Da circa dieci minuti sono seduto all’interno di una stanza della casa del capo-villaggio di Massalata per chiedere il permesso di assistere alla cerimonia. Alle pareti un drappo colorato funge da carta da parati. Uno strano attestato è appeso al muro. La stanza è costellata di poltrone in tessuto. Sopra la più bella, appeso alla parete, c’è il vestito della cerimonia, una pelle di animale adorna. Dopo una interminabile attesa, un uomo alto e possente entra nella stanza e si siede sulla poltrona più bella. Sfoggia un’ampia tunica di un colore tenue, bracciali e collane che gli danno la parvenza da capo. In cambio del permesso mi vengono chiesti dei soldi che pare che serviranno per comprare un bue da sacrificare durante i festeggiamenti. Solo successivamente scoprirò che il bue viene offerto dal Sarki (una specie di sindaco) di Birni N’ Konni. La festa comincerà fra due giorni e così decido di prendere tempo per analizzare la loro offerta. Nel pomeriggio la fortuna mi viene incontro nella veste di Ibrahim, un giovane fotografo che conosco per caso tra le vie del mercato. Dopo poco sfilo con lui e la sua moto tra le vie della città a conoscere i suoi amici e parenti. Il rituale prevede anche una sosta a casa sua a bere il tè alla menta, una tradizione dalla quale gli ospiti non possono sottrarsi. Vive in una casa di argilla costituita da una unica stanza di 4 metri per 3. I suoi tre figli vivono con i suoi genitori nella casa adiacente. La moglie sta altrove, così mi ha detto, ma potrebbe anche essere morta. Diveniamo subito amici. Sarà lui la mia guida durante la cerimonia Arwa. Ibrahim conosce il capo villaggio di Dagarka e sarà là che ci recheremo la mattina successiva.

arwa azna niger
Dagarka è un bellissimo villaggio tradizionale le cui abitazioni sono costruite in un miscuglio di paglia e fango, così come le mura che ne delimitano la proprietà. Le case tradizionali assomigliano a grossi pagliai, ma oggi per comodità spesso vengono costruite di forma rettangolare. Grossi granai di terra utilizzati per la conservazione di cereali, soprattutto miglio, costituiscono parte delle mura di confine.
L’incontro con il capo è decisamente differente da quello avuto a Massalata. Potrò assistere alla cerimonia gratuitamente e se voglio potrò anche dormire al villaggio.
La sera ritorno a Dagarka con Ibrahim. Vicino alla vecchia casa del capo villaggio un manipolo di anziani è intento a chiacchierare. Nella piazzetta antistante la nuova abitazione un gruppo di persone si accalca davanti all’unico apparecchio televisivo del luogo, ( a parte quello del capo villaggio ), mentre alcuni bambini vendono cibo preparato in casa: patate dolci, insalata mista, arachidi, pastelle di miglio. Nei pressi si trova un feticcio a forma di capanna, dimora dello spirito che protegge il villaggio. Un cerchio di arbusti spinosi lo difende dagli animali domestici. Percorriamo uno stretto corridoio di argilla piuttosto alto che dopo una svolta a 90° arriva davanti alla soglia della camera dello chef. Molti anziani e uomini adulti sono seduti di fronte all’entrata. Una sedia vuota davanti alla soglia preannuncia il suo arrivo. In dono portiamo zucchero e noci di cola che uomini e donne sono soliti masticare. Intanto nella parte posteriore della sua abitazione la musica è cominciata. Addossati ad un muro tre uomini battono ritmicamente su delle grandi zucche tagliate a metà posizionate sul terreno sabbioso. Dietro a loro altrettanti musicisti con strumenti a corda artigianali e recipienti di zucca riempiti di sassolini o semi che, agitati nell’aria, producono una loro sinfonia. Le zucche vengono percosse con una specie di mano artificiale costituita da canne di bambù tenute assieme da cordame vegetale. Molti bambini ballano e corrono nel piccolo spiazzo antistante il complesso costringendo spesso alcuni adulti a moderare la loro euforia con dei piccoli rametti di legno usati come scudisci. Finalmente alcune donne vestite di abiti colorati entrano nella scena e ben presto, accompagnate da una musica sempre più frenetica, entrano in trance. Una di loro piuttosto anziana con una zappetta in mano si avvicina a me blaterando parole incomprensibili. Ritorna poco dopo indossando uno strano copricapo di forma conica rivestito di conchiglie cauri dal quale si dipartono quattro lunghe trecce sempre rivestite con lo stesso tipo di conchiglie. Improvvisamente una donna si inginocchia davanti ai musicisti mettendosi della sabbia in bocca, sulla testa e sul viso come fosse dell’acqua. A quattro zampe infine si allontana. Nel frattempo le altre donne in trance, la bava alla bocca, ballano davanti alla gente, si fermano e saltellando sul posto a braccia alzate mimano il segno di vittoria. Gli spettatori ogni tanto gettano, sulla testa dei musicisti o delle donne che continuano a ballare, dei Naira, la moneta nigeriana, ( il confine è a pochi km da qui ), in segno di gratitudine. Con la musica che ancora mi martella in testa vado a dormire nella casa di Awali alla periferia del villaggio. Poco lontano dalla sua abitazione, a protezione delle abitazioni, c’è un altro feticcio che a giudicare dalla forma fallica dovrebbe rappresentare il dio Legba al quale periodicamente vengono sacrificati degli animali. È particolarmente ghiotto del cane essendo questi il guardiano per eccellenza.

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Dopo una frugale colazione a base di frittelle di mais e thè alla menta ci incamminiamo verso il luogo della cerimonia. Assistiamo alla vestizione di alcuni uomini che indossano costumi colorati oppure gonne di frange di pelle. In mano una lunga spada. Nel pomeriggio, nel villaggio di Massalata, gruppi provenienti da vari villaggi daranno luogo alla danza dei Gardawas chiamata anche danza degli invulnerabili. Mentre le donne preparano il cibo, i bambini vendono, lungo i viottoli argillosi, frittelle di miglio con salse vegetali, arachidi, riso scondito, frutta. Un ragazzo in particolare, venuto da lontano, colpisce la mia curiosità. Vende zucchero bianco caramellato. Quando il capo di Dagarka esce dalla sua abitazione la piazzetta è già gremita di gente. In abiti cerimoniali si dirige verso il feticcio, ne valica il recinto, si inginocchia, farfuglia qualche preghiera e poi ne esce scortato dagli anziani, dagli invulnerabili di Dagarka che brandiscono spade e clave, dai ragazzi e dalle donne.
Il Babalawo, l’indovino, con grandi collane al collo, marcia a fianco del capo. Un centinaio di persone si sta incamminando verso il villaggio di Massalata dove una delegazione, lo chef in testa, ci sta già aspettando. Lo chef di Massalata indossa un turbante di colore blu, pelle di animale a tracolla, collane e monili vari, ai piedi un paio di sandali agghindati probabilmente di tessuto pregiato. Assieme raggiungono una collinetta; all’ombra di un grosso albero viene stesa una pelle di mucca e qui si siedono. A terra, seduti a cerchio, oltre ai due capi villaggio, ci sono sette indovini e diversi anziani dei due villaggi. Dietro decine di persone si accalcano per presenziare all’evento. Si tratta della parte più importante della cerimonia durante la quale gli indovini interrogheranno gli spiriti riguardo l’abbondanza delle piogge, il periodo più propizio per piantare i cereali, l’abbondanza dei raccolti. I sette Babalawo cominciano a spianare il terreno sabbioso di fronte a loro e a creare quattro piccole collinette di sabbia. Nel frattempo lo chef di Dagarka, da una borsa di pelle, estrae lentamente e con delicatezza una dietro l’altra quattro foglie di una particolare pianta incastrate ognuna sulla cima di un esile bastoncino lungo una ventina di centimetri. La sera precedente le foglie sono state oggetto di incantesimi per favorire la risposta degli spiriti. Ogni indovino ha ora davanti a sé la lavagna della divinazione. Attraverso procedimenti molto complessi che i babalawo imparano a memoria e che possono durare tutta la vita, essi scavano delle piccole buche nel terreno. Quindi contano, ne leggono qualcosa e fanno un segno binario sulla sabbia. Il procedimento verrà ripetuto almento 5 volte, fino a quando non avranno capito la risposta del soprannaturale. Alla fine leggeranno ad alta voce ai capi villaggio la risposta percepita. Il processo si ripeterà per ciascuna delle altre tre foglie e terminerà solo quando tutti avranno raggiunto lo stesso risultato. Nel frattempo un blocco di potassa proveniente dall’oasi di Fachi inviato dal Sarki ( una specie di sindaco ) di Birni ‘N Konni viene donato allo chef di Dagarka. La potassa, che qui rappresenta il Sarki, è molto importante per l’alimentazione umana e spesso viene sbriciolata sugli alimenti. Secondo la leggenda se i due si incontrassero durante la cerimonia il giorno dopo entrambi morirebbero. Per questo motivo il Sarki non è presente alla cerimonia. Mentre tutti gli indovini sembrano essere d’accordo sull’abbondanza delle piogge uno di loro ha dei dubbi. Dice che saranno impedite da un avvenimento importante. Discutono animosamente per diversi minuti. Poi l’indovino ripete di nuovo il rituale. E finalmente, dopo lunghi momenti di suspence, anche lui ottiene un responso positivo. Ma le piogge saranno così abbondanti che alcune case potranno subire danneggiamenti. Chi pianterà presto il miglio, il mais od il sorgo sarà ricompensato da abbondanti raccolti a dispetto di chi lo pianterà tardivamente. Gli altri si allineano al suo verdetto finale. Decine di minuti prima le autorità, scortate da uomini armati e da camionette con mitragliatrici, erano arrivate sulla scena per ascoltare il responso dei babalawo. Si erano seduti su comode poltrone e divani imbottite il tempo necessario per ascoltare il verdetto e ripartire in gran fretta. Mentre i capi e gli indovini fanno ritorno alle loro abitazioni, la cerimonia continua con la danza degli invulnerabili che si terrà nella piazza di Massalata. Ci sono diverse delegazioni che arrivano dalla vicina Nigeria, da Birni ‘N Konni e da villaggi limitrofi. Il capo di ciascuna delegazione parla alla folla che lo incita prima che il gruppo che rappresenta cominci lo spettacolo. Un uomo nerboruto saggia la lama della spada su un piccolo ramoscello mostrando quanto sia affilata. Poi fa lo stesso con il corpo nudo di un bambino “invincibile” senza far sgorgare una sola goccia di sangue. Il pomeriggio trascorre tra danze, musica e prove di invulnerabilità. All’imbrunire io ed Ibrahim rientriamo a Dagarka. A casa di Awali, illuminati dalla luna piena, mangiamo del mais con salsa vegetale e carne di pollo.

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La mattina successiva ritorniamo nell’ abitazione del capo di Dagarka dove lo troviamo a chiacchierare con gli anziani del villaggio. Più tardi ci recheremo nella brousse, la savana, per dare inizio alla caccia che se fruttuosa, sarà di buon auspicio per l’imminente stagione venatoria. Intanto lo chef, con alcuni membri della sua famiglia, si reca nella brousse presso un feticcio per svolgere una speciale cerimonia. Con sè porta una grande zucca contenente il miglio che verrà offerto al cavallo del Sarki di Birni N Konni. Il miglio donato rappresenterà lo chef di Dagarka come ieri la potassa rappresentò il Sarki. Nel frattempo, ad un paio di chilometri dal villaggio, una miriade di persone si sta radunando in attesa dell’arrivo del Sarki. Io ed Ibrahim seguiamo il serpentone di gente che è partito dal villaggio di Dagarka. All’ombra di un grosso albero riposa il cavallo nero del Sarki. Sotto ad un altro c’è la zucca con dentro il miglio. Il cavallo è sellato. Una grossa auto si ferma poco distante. Ne scende un uomo vestito di bianco con un grande turbante dello stesso colore. I suoi dignitari lo accompagnano. A terra vengono stese delle stuoie dove il Sarki e i suoi dignitari si siedono. Di fronte a loro viene posata la grande zucca. Il cavallo segue di lì a poco. Una lunga tromba tradizionale viene suonata prima che il cavallo viene lasciato mangiare. Dopo qualche minuto l’animale viene condotto via. La gente ora si avventa sul miglio rimasto nella zucca ed anche su quello caduto in terra prendendo grosse manciate del cereale misto a sabbia che viene messo in grosse buste di plastica, nelle tasche dei pantaloni o nei taschini delle camicie. Il miglio contenuto nella zucca è considerato sacro in quanto divinizzato dallo chef di Dagarka. E quindi se quello stesso miglio verrà mescolato con il proprio, il raccolto sarà più abbondante.

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Il Sarki riparte assieme ai suoi dignitari. La caccia può cominciare. Centinaia di persone armate di bastoni, spade, roncole, asce, archi e frecce, e fionde pattugliano la savana circostante alla ricerca di qualsiasi preda venga loro a tiro che verrà poi portata al Sarki di Birni ‘N Konni il quale darà ufficialmente inizio alla stagione venatoria. Qualcuno dei cacciatori porta un mucchio di fascine sulla schiena per mimetizzarsi nella rada boscaglia. A capo di tutti il signore della guerra sul suo destriero. Ogni tanto gruppi rivali fingono di colpirsi a vicenda. Sullle colline, nelle vallette, nei letti dei fiumi asciutti, ovunque cadi lo sguardo c’è qualcuno a caccia di prede. Un urlo lontano, un gruppo di persone che agita le armi nell’aria ci fa capire che qualcuno ha catturato qualcosa. È una lepre che ora viene mostrata a tutti. La caccia è terminata. Ci attende una lunga marcia verso la città di Birni ‘N Konni fino al palazzo del Sarki. Il cacciatore brandisce fiero la preda mentre protetto dal suo gruppo marcia verso la meta. Molti invulnerabili di Massalata si uniscono a noi. Quando raggiungiamo l’asfalto il cacciatore monta a cavallo. La lepre viene legata ad una ascia con una corda. Il sangue cola lungo il suo braccio. Poco prima di raggiungere la chefferie vengono suonati dei lunghi corni che avvisano il Sarki del nostro arrivo. Alla delegazione del Sarki fanno parte anche alcuni suonatori di tamburi e dignitari a cavallo. Ai lati della strada le persone cercano di aprirsi un varco per assistere al nostro passaggio. In fondo alla via la casa del Sarki in argilla dalle porte di un celeste acceso. Attraverso una porticina entriamo in un ampio cortile. In terra taniche di acqua e delle grosse zucche piene di miglio ammollato. All’ombra di un grande albero ci rifocilliamo.
Sono le 12.30 ed il caldo è atroce. Mentre il cacciatore scende dal cavallo la selvaggina viene sollevata verso il cielo in segno di vittoria. Dopo un lungo lasso di tempo il gruppo lascia l’abitazione dello chef e si dirige verso un ampio parcheggio. È qui, dove tre giorni fa il Sarki e lo chef di Massalata si sono incontrati per dare avvio ai rituali, che la cerimonia sta per finire. In un angolo del parcheggio, dentro una grande tenda di stuoie, il Sarki si incontra con il cacciatore. A lui la lepre viene consegnata. La stagione venatoria può cominciare.

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